Uguaglianza politica: obiettivo impossibile o realizzabile?

Questa è la domanda a cui Robert Dahl, famoso politologo, cerca di rispondere nel breve saggio intitolato Sull’uguaglianza politica.

Tutti gli esseri umani hanno una naturale disposizione nel rilevare la diseguale distribuzione di compensi rispetto ad altri individui che essi vedono come simili in modi significanti e questa naturale consapevolezza è venuta sempre più importante negli ultimi quattro/cinque secoli per il raggiungimento del diritto di rappresentazione politica e, infine, per la creazione di istituzioni democratiche.

La borghesia ha iniziato questo processo e gli sviluppi da esso scaturiti in Europa e in altri continenti hanno portato a paesi democratici, tali a come oggi li conosciamo.

Cosa ha portato gli esseri umani a ottenere maggiore uguaglianza politica? Si può facilmente capire perché gruppi sociali in posizione subordinata vogliano le stesse opportunità delle classi sociali più alte, ma forse può non essere altrettanto chiaro perché le classi sociali più abbienti siano disposte a concedere tali opportunità ai loro subalterni; il famoso filosofo Immanuel Kant riponeva forse un po’ troppa fede nella ragione umana quando le conferì il ruolo di unica parte della natura umana che può portare alla giustizia e al compimento di azioni morali. Robert Dahl ha dato una spiegazione decisamente più realistica su cosa realmente spinge gli esseri umani alle azioni: le emozioni. Esse sono il motore delle azioni intraprese tanto dalle classi subalterne quanto da quelle dirigenti verso l’uguaglianza politica; le prime potrebbero essere spinte da rabbia, risentimento verso il senso di ingiustizia nel percepire le disuguaglianze esistenti tra loro, mentre gli ultimi da nobili sentimenti come convinzioni morali, compassione ma più spesso da opportunismo o la semplice paura delle conseguenze di disordini che si potrebbero venire a creare. Un esempio chiarificatore è offerto dal raggiungimento dei diritti civili e di voto da parte degli Afroamericani nella società americana: il cambiamento storico provocato dai Civil Rights Acts del 1957 offrì la possibilità agli Afroamericani di partecipare attivamente nella vita politica americana. Tutto ciò non sarebbe stato possibile senza le capacità dell’allora leader del Senato americano Lyndon Johnson. E’ chiaro tutti perché gli Afroamericani- parte della società americana per secoli- volessero ottenere il diritto di voto ed essere rappresentati, ma perché un senatore avrebbe voluto aiutarli nel raggiungere tale scopo? Johnson ha anche continuato ad aiutare gli Afroamericani a ottenere leggi ancor più efficaci con i  Civil Rights Acts del 1964 e il  Voting Rights Act del 1965 durante la sua presidenza. Le sue azioni sono state spinte da emozioni contrastanti: le sue relazioni con gli Afroamericani erano ambivalenti, andando dall’empatia per la loro ingiusta condizione nella società americana al pregiudizio sudista della sua eredità texana. Ma la reale ( e neanche così nascosta) ragione era la sua ambizione politica per il raggiungimento del premo più grande e desiderato: la presidenza americana e il suo assicurarsi così un posto nella storia

Avendo affermato che le emozioni sono la guida delle azioni condotte dagli esseri umani verso l’uguaglianza politica e sapendo che esse non sono spinte dalla ragione (al massimo la ragione è lo strumento successivo, ma dopo che le emozioni hanno giocato il loro ruolo) e non sono neanche poi così nobili, l’uguaglianza politica è un obiettivo umanamente raggiungibile oppure no? Dahl risponde che è un obiettivo desiderabile, ma ciò che realmente otteniamo è sempre ben lontano dalla visione idealistica a causa di alcune barriere: risorse, capacità e incentivi politici sono ovunque distribuiti in modo non equo; limiti sul tempo per la maggior parte dei cittadini per influenzare il governo democratico a causa del cosiddetto “dilemma della misura”, in cui la partecipazione cittadina nelle decisioni democratiche è inversamente proporzionale alle dimensioni dello stato; un mercato capitalista che, seppur decentralizzato e per questo più adatto a una democrazia, danneggia inevitabilmente alcuni strati sociali creando disuguaglianze economiche; la necessità di sistemi internazionali non democratici che prendono decisioni in maniera non democratica ma che permettono di raggiungere risultati altamente desiderabili; crisi periodiche degli stati democratici che richiedono un passaggio, poco democratico ma più necessario, verso l’esecutivo.

Nella visione più ottimista di cosa potrà accadere in un vicino futuro– secondo l’opinione di Dahl e riguardante nello specifico gli Stati Unti- ci potrà essere un incremento dell’uguaglianza politica dovuto al fatto che sempre più cittadini vedranno la possibilità di una migliore qualità di vita nel raggiungimento del bene comune invece della costante preoccupazione dell’aumento delle entrate per l’acquisto di beni di sempre più alto livello (consumismo), anche perché sempre più ricerche mostrano  che aumenti delle entrate (oltre una “giusta” quantità) non equivale a maggiore felicità e migliore qualità di vita.

Redatto e tradotto da Carlotta Orlandi

 

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