La Polonia e la legge anti-aborto: alcune considerazioni

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Il termine “democrazia” riveste una parte fondamentale, addirittura centrale, della nostra storia sociale e culturale.

Spesso millantato da chi poi ha assunto cariche dittatoriali, ha incorporato un connotato, col tempo, ben diverso dal suo vero significato, ”potere del popolo”, arrivando ad essere associato spesso alla libertà personale ed intellettuale. Dove vige la democrazia, vige il potere del popolo nell’elezione di rappresentanti e, in un momento di cambiamento culturale e generazionale, ciò può favorire situazioni in cui la politica deve fare i conti con un concetto cardine della filosofia, sviscerato già da Platone: la distinzione tra l’agire politico e l’agire morale.

Il noto filosofo greco era in completo disaccordo con questa distinzione, poiché nella politica, in considerazione dell’etimologia della parola stessa, è intrinseca l’idea del “bene comune”, tuttavia risulta quasi utopico il voler perseguire il desiderio di rendere felice una popolazione intera, in un contesto di evoluzione.

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L’art. 10, comma 1 della “Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea” recita: “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione” e la concezione di stato laico, anche nella sua visione totale, ormai dovrebbe essere accettata oltre che rispettata.

L’Europa come continente, dopo le alterne vicende storiche che cominciano dalla Res Publica Romana, passando per l’Illuminismo, approdando al Novecento con l’impennata dei nazionalismi, sulla “Carta” dovrebbe ora presentarsi come un osannabile locus amoenus, ma così non è.

Il 28 giugno ed il 28 luglio si sono tenute le elezioni presidenziali in Polonia (nazione in cui l’età media corrisponde a 40,9 anni), le quali hanno premiato il candidato Andrzej Duda, delle liste “Accordo”, ”Diritto e giustizia” e “Polonia solidale”, con orientamento spiccatamente di destra ed ideologie conservatrici, euroscettiche e soprattutto improntate al “cattolicesimo nazionale”.

Nonostante la Polonia fosse già tra le nazioni europee con più restrizioni riguardo all’interruzione di gravidanza, il 22 ottobre la Corte costituzionale ha stabilito che l’aborto, anche in caso di gravi malformazioni del feto, viola la Costituzione, rendendo il diritto ad esso rivendicabile solo ed esclusivamente per violenza sessuale e pericolo di vita per la madre. Benché questa pratica possa essere fatta risalire al lontano 2700 a.C. presso civiltà quale quella cinese, comprendendo poi la Grecia aristotelica e l’età della Roma Imperiale (in cui esso risultava legale, ma dietro consenso del padre, eccetto nel caso delle prostitute e delle violenze carnali), la sentenza trova spiegazione e giustificazione logica nella religione e non nella scienza.

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La scienza etica, appunto, presenta l’aborto come un diritto della donna sino al terzo mese di gravidanza e, per motivi terapeutici, anche oltre i novanta giorni . Al contrario, la religione lo assimila all’omicidio, talvolta ragionando della donna come un cassetto ricolmo di feti precocemente sviluppati a livello mentale e pronti per essere dati alla luce: ogni qualvolta si ricorre all’aborto, si nega a questi la possibilità di esistere.

Il ritorno alla supremazia della religione sulla scienza (come il passaggio dall’Illuminismo ai nazionalismi del Novecento), in un momento così culturalmente maturo, è inaccettabile nonostante si sia in democrazia.

A seguito dell’approvazione della legge, circa 430.000 persone (non solo polacchi) hanno preso parte a 410 manifestazioni distinte in tutta la Polonia, tant’è che si parla della più grande protesta dal crollo dell’Unione Sovietica, nel 1989.

L’organizzazione delle proteste durante questo drammatico momento storico? Tutti con la mascherina e le donne a sfilare al centro dei cortei, totalmente pacifici, con file di uomini ai lati per tutelarle da eventuali attacchi di gruppi isolati di estrema destra. Gli organizzatori, accusati di aver ordito manifestazioni senza concessioni (l’età giolittiana ci dovrebbe aver insegnato che le manifestazioni concesse iniziano e si reprimono da sole, ndr), non rispettando le misure anti-Covid, rischiano di essere arrestati e incarcerati. Nonostante non sia stata ancora pubblicata la sentenza attraverso la Gazzetta Ufficiale (annunciata per il 2 novembre, probabilmente per prendere tempo), le rivolte, il dissenso e le manifestazioni non intendono fermarsi proprio per l’importanza capitale della causa perorata: sono tali momenti, quelli del non mollare “nonostante”, i soli in grado di cambiare realmente il divenire delle cose. Le elezioni si sono svolte nel rispetto della legge, in maniera democratica e bisogna prenderne atto, ma il diritto all’aborto rimane un diritto, una libertà personale e di scelta.

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“La tua libertà finisce dove inizia la mia”: l’abbiamo sentita milioni di volte questa frase, tutti abbiamo gli stessi diritti, ma per citare il comico inglese Ricky Gervais: “We still sell bottles of bleach with big labels on that say ‘do not Drink’. Let’s take those labels off for two years and then have a referendum”.

Questo testo non mira ad offendere o screditare la religione, ma il ricorso che se ne fa in ambiti non strettamente pertinenti ad essa, soprattutto con il fine di incrinare la garanzia di un diritto basilare dell’essere umano.

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